Zac is On: la mia intervista a Davide Dattoli
davide dattoli

Seconda intervista del format Zac is On. Ospite uno dei più giovani talenti dell’ecosistema delle startup italiano, Davide Dattoli, cofondatore di Talent Garden. Parliamo di quali sono gli elementi per diventare startupper di successo, errori e rischi.

Parte 10 anni fa l’avventura imprenditoriale di Davide Dattoli. Si rende conto che il problema della diffusione della digitalizzazione non è la tecnologia, ma le persone. Allora crea un luogo, il Talent Garden, per formare le persone su nuove competenze e rafforzare le conoscenze di chi già lavora nel digitale. Inizia da Brescia e poi si espande in circa 20 città, tra Italia ed Europa e il mondo. Nel 2023 la sua azienda ha formato più di 25mila persone, in materie diverse, come sviluppo software, user experience, cybersecurity, sia giovani, ma anche tanti manager e professionisti che vogliono acquisire competenze per fare un salto nella propria carriera.

Ecco la trascrizione del secondo episodio di Zac is On che lo vede protagonista. Puoi rivedere qui integralmente l’intervista:

3 elementi che fanno uno startupper

IO: Sei partito giovanissimo a 21 anni. Ho tanti follower che come te hanno il dream di creare la propria startup. 

Come si diventa imprenditori? Quale consiglio daresti a un giovane che vuole lanciare una startup in Italia?

D.D: Ho capito che per fare una startup servono tre elementi. Innanzitutto, un approccio al rischio. Sapersi prendere dei rischi è la base di essere un imprenditore. Il secondo elemento è avere delle competenze diverse dagli altri. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia che mi ha sempre incoraggiato a fare qualcosa in più. Mi dicevano ogni anno: “vai a farti un corso”. Seguendo i loro consigli mi sono formato sulla Seo quando avevo 17 anni e ho capito che potevo fare business perché sapevo fare qualcosa che gli altri non conoscevano. E il terzo elemento è avere il network che non è sinonimo di raccomandazioni, ma significa conoscere persone che ci fanno sentire letteralmente delle merde, per quanto sono brave, e ci stimolano a fare ancora meglio e di più.

IO: Qualche mese fa avete aperto un TAG a Napoli. Un segnale importante per offrire l’opportunità a tanti giovani di avere un’opportunità per fare sharing, formazione e crescere. Come sai io mi sono dato una missione. Ho voluto fondare una startup in provincia di Napoli e non in grandi centri come Milano. Berlino, Londra, perché credo tanto nelle opportunità che abbiamo al Sud. 

Si può innovare partendo dal Sud? Qual è il tuo punto di vista?

D.D: Oggi come Talent Garden siamo presenti in 12 mercati, in Italia, in Spagna, nei Nordics, e abbiamo anche una sede a Singapore. Quando ci confrontiamo con il mondo ti rendi conto che l’Italia è seconda quando si parla di innovazione. Che sia l’Italia di Milano o di Napoli poco cambia rispetto alla Silicon Valley, a Berlino o a Londra. Dobbiamo sfruttare allora gli svantaggi che abbiamo come un’opportunità. Il Covid su questo fronte ci ha aperto la mente, abituandoci all’idea che possiamo formarci ovunque e incontrarci online per fare business. La sfida che abbiamo tutti davanti allora è come diventare cittadini del mondo. Per quanto riguarda il Sud abbiamo fin dall’inizio aperto in varie città, prima a Cosenza, mio padre era calabrese, poi a Bari e quest’anno a Napoli. 

Abbiamo notato che c’è grande talento ma manca un ecosistema intorno, mancano le connessioni e vogliamo svilupparle. Siamo convinti che essere a Napoli o a Bari,  può non fare la differenza oggi. È scontato che essere a Milano può darti dei vantaggi competitivi, ma alla fin fine la differenza la fa proprio la fame dell’imprenditore e quanta voglia ha di muoversi. In fondo, oggi Ryanair e affini ci connettono al mondo in modo semplice.
IO: Sono d’accordo con te. Una delle difficoltà più grandi che ho affrontato quando ho iniziato era proprio trovare delle risorse junior con delle competenze nel mondo del marketing digitale. La formazione è il vero valore che puoi dare a un territorio.

Gli errori che affossano uno startupper

IO: Ti faccio una domanda che è diventata classica nel mio format. 

Qual è l’errore più grande che hai commesso nel tuo percorso imprenditoriale e quale insegnamento hai portato a casa?

D.D: Di errori ne ho fatti e ne commetto tanti. Penso, tuttavia, che l’errore più grave che tu possa commettere riguarda sempre la scelta delle persone. Io passo da due stadi. Da una parte, penso a volte di essere diventato così bravo da potermela cavare da solo. Ed è una cosa stupida da pensare perché un’azienda non è mai una persona, ma un team in cui ognuno può fare la differenza. E poi un secondo stadio in cui mi innamoro delle delle persone, pensando che un manager che ho assunto, e che ci ha dato una bella spinta, sia diventato indispensabile. Poi a un certo punto decide di cambiare vita, andare in un’altra azienda e tu pensi che sia finita. In realtà, come tu non sei indispensabile, non lo è neanche una singola persona. Le organizzazioni forti si costruiscono al di sopra di ogni persona e individualità.

IO: Ti confesso che ho sempre ammirato la tua capacità di costruire un network di valore e anche la tua capacità di attrarre gli investitori. Agli inizi per farlo, io partivo zaino in spalla, partecipavo ad eventi per incontrare aziende e persone. A volte ne vedevo anche 50 al giorno e la sera in albergo avevo bisogno di prendere un Moment, per il mal di testa. 

Molti oggi mi chiedono come si fa per avvicinare gli investitori, per crearsi un network da zero. Che consigli puoi offrirci su questo aspetto?

D.D: Quando ho iniziato, come te, non conoscevo nessuno di questo mondo. Sono partito da Brescia, intorno ai 20 anni, e ho investito tanto tempo nel bere dei caffè con delle persone e raccontare cosa avevo in mente. Succede poi che ogni persona ti aiuta a trovarne un’altra ancora più interessante e credo che uno dei segreti sia proprio dedicare del tempo della propria vita imprenditoriale a incontrare persone. D’altronde, incontrarle non basta, se non si studiano le persone. Un errore grande che commettono molti startupper, quando sono a caccia di soldi, di bussare a qualsiasi porta, quando invece dovrebbero informarsi sul proprio interlocutore. 

Se sei agli inizi, per esempio, ha poco senso incontrare un fondo di private equity che fa investimenti dai 10 milioni in su, quando tu sei alla ricerca di 500 mila euro. Devi allora studiare qual è la persona giusta per investire nella tua azienda, nel tuo settore e in quel momento. Investire nel farmaceutico è cosa ben diversa di occuparsi di education o di travel. Studiare bene le persone ti aiuta anche nel comprendere quale partner ti vedi accanto. Un socio è come avere una moglie, con cui dovremmo passare tantissimo tempo. Pertanto, invece di incontrare chiunque, meglio indirizzarsi solo verso chi conosce bene il mondo nel quale hai lanciato il tuo business. In Silicon Valley sta nascendo poi un altro concetto di fare networking che spiega come saranno le persone a venire da te, se fai qualcosa di davvero interessante. In Italia invece sbagliamo perché pensiamo che dobbiamo conoscere chiunque per far capitare delle opportunità. 
IO: Sono d’accordo. Anche io agli inizi ho investito tanto tempo per cercare investitori, ma quando poi mi sono concentrato sul business, sono stati loro a trovarmi. Poi d’altronde oggi siamo super connessi ed è anche semplice raggiungerci.

Da solo si fa poco strada

IO: Un giovane come te è sottoposto a tante pressioni. Ti confesso che anch’io ho vissuto momenti di stress e di burnout. Credevo ingenuamente che solo “Sky is the limit”, ma invece la verità è che siamo esseri umani e abbiamo bisogno di supporto, soprattutto nei momenti più difficili.

Quali sono stati i momenti bui e come li ha affrontati?

D.D: In questi giorni sto leggendo la biografia di Elon Musk. Ora tutti lo vediamo come un uomo di successo e il più ricco del mondo, ma nel testo si raccontano i tanti momenti down che ha avuto, dalla defenestrazione subita in alcune sue aziende, fino ai divorzi. La complessità nella vita di un imprenditore ci sono sempre a diverse scale, se lui su scala mille, per noi dieci. Come sempre la risposta sono le persone che hai intorno. Quando sei in grado di costruire un team forte e di avere dei soci con cui puoi confrontarti, hai sicuramente una marcia in più. Poi c’è la famiglia che ti aiuta a gestire lo stress. Nel mio caso, mia moglie è un’imprenditrice e possiamo sostenerci a vicenda, mettendo uno nei panni dell’altro.

IO: Ti faccio un’ultima domanda che sto facendo a tutti gli amici che intervisto in questa rubrica. 

Qual è il rischio più grande che hai corso per ottenere qualcosa che ritenevi fosse impossibile da raggiungere?

D.D: Uno dei miei soci una volta mi disse una frase bellissima. “Se vuoi vincere in una negoziazione devi essere disposto a perdere qualcosa”. Quando entri in una stanza per negoziare sai che dovrai lasciare sul piatto qualcosa, avere la capacità di sapersi adattare. E credo che i momenti in cui siamo riusciti a fare davvero la differenza sono quelli in cui abbiamo accettato di poter perdere qualcosa, per ottenere, in cambio, qualcosa di più grande. Questo ci porta a ragionare in modo diverso, anche nelle attività di tutti i giorni. Meglio fare meno cose, perdendone alcune, che voler fare tutto o avere tutto. 

IO: Grazie mille, Davide, ci vedremo presto nei tuoi nuovi spazi a Napoli.
D.D: Grazie a te e un saluto ai tuoi follower.