Il limite come startupper non è il cielo, ma è la capacità di gestire le ansie e lo stress tuo e del tuo team. All’inizio pensavo di essere un cyborg e che i miei collaboratori fossero robot. Poi ho capito che era tutto sbagliato e sono ripartito.
Il cielo non è l’unico limite di uno startupper. Ti confesso che quando ero più giovane uno dei miei mantra era “sky is the limit”, un’espressione molto celebre che vuole evidenziare come si può raggiungere qualsiasi obiettivo, con impegno e dedizione. Seguire questa visione è in parte giusto, ma poi ti trovi in un momento in cui non riuscirai più a reggere il peso dello stress sulle tue spalle, e allo stesso modo il tuo team sarà esposto, come te, al rischio di burnout.
Ci sono stati molti momenti, a dire il vero, in cui ho capito che non ero un cyborg, e che non lo erano nemmeno le persone che mi circondavano. D’altronde, rispetto a un’impresa più tradizionale, la vita in una startup è sottoposta a degli stress molto più invasivi: l’incertezza e il rischio dettate soprattutto dall’instabilità finanziaria, il carico di lavoro elevato, la mancanza di chiarezza su ruoli, in una startup può generarsi confusione sui ruoli e sulle responsabilità, e questo sicuramente, provoca l’insorgere di sentimenti negativi. Come anche la pressione per la crescita rapida e la gestione delle aspettative di investitori e clienti.
A questi aspetti poi si vanno ad aggiungere tutti quei fattori che non puoi prevedere, come lo è stato per il Covid, un periodo in cui ho vissuto l’incubo peggiore di uno startupper, con la crescita degli ordini e la nostra incapacità di gestirli, per i limiti delle operazioni logistiche, la mancanza di personale sufficiente e i problemi tecnologici. Lo racconto qui.
Quello che ho imparato è che per gestire questi carichi di stress servono due cose. 1) un lavoro su se stessi. E poi 2) un approccio diverso alla comunicazione con il proprio team.
Il controllo delle proprie emozioni
Ci sono tanti studi che mostrano la correlazione tra la capacità di un capo di un’azienda di gestire bene le sue emozioni negative, come ansia e stress, e il morale del proprio team. Quando ci riesce, aumentano motivazioni, concentrazione e produttività dei collaboratori. Al contrario, cresce fino al 62% la percentuale di persone che lascia il posto di lavoro, mentre diminuisce del 56% la partecipazione alla vita aziendale (dati Harvard Business Review).
Tutti commettono, e in questo devo fare anche io un mea culpa, degli errori quando si rapportano al proprio team. Forse, quello più comune è non saper valutare attentamente l’impatto che le proprie parole possono avere sugli altri. Immagina di provare ansia sul rilascio di una nuova piattaforma su cui il dipartimento tech sta lavorando. Allora ti rechi ogni giorno e li supplichi (come me in foto).

Scherzi a parte, invece di sottolineare la tua preoccupazione per il poco tempo che manca (e inevitabilmente stressare tutti), potresti evidenziare l’importanza della sfida che il tuo team ha di fronte, e in che modo questo traguardo da raggiungere possa rappresentare un’opportunità di crescita collettiva. Ancora una volta la chiave è il coinvolgimento.
La sindrome dell’impostore e le proprie vulnerabilità
Questo è un argomento che sento molto da vicino. Quando ho lanciato la mia startup non avevo nessuna competenza finanziaria. Ho dovuto recuperare velocemente molte mie lacune per sentirmi all’altezza nelle conversazioni che intanto intrattenevano con potenziali investitori e anche con i manager di grandi multinazionali nel farmaceutico. Ti confesso che non mi sentivo all’altezza, che avevo paura di fallire e di non raggiungere le aspettative. Per gestire lo stress tuo e quello che riversi indirettamente sul tuo team, allora serve comprendere, da una parte, le ragioni da cui scaturisce la tua ansia. Non mi vergogno a dire, anzi è un tema su cui sto battendo molto anche nelle mie comunicazioni online, su quanto sia importante cercare un supporto psicologico, prima per se stessi e poi per gli altri. All’interno del team, ho voluto, già da tempo, aprire uno sportello psicologico per chi ne sente il bisogno.
Capire le motivazioni della propria ansia (e lavorarci) serve a superare poi due rischi: la procrastinazione e, in genere, la paralisi dell’intera azienda per la tua incapacità di prendere decisioni.
Oltre a questo, ho capito quanto sia decisivo ammettere le proprie vulnerabilità. Ti confesso che il mio benessere emotivo e psicologico è migliorato nettamente quando ho capito di non essere il solo a dover portare sulle spalle il peso di un’azienda, ma che potevo delegare e fidarmi delle mie persone. Ci sono arrivato un po’ dopo anche perché non ho avuto la fortuna, all’inizio della mia attività, di avere un socio, come bisognerebbe fare in ogni startup. D’altronde, esistono tre tipi di leader:
- Quello che dice agli altri cosa fare
- Quello che lascia fare agli altri ciò che vogliono.
- Quello che aiuta gli altri a scoprire cosa fare.
Tu che leader vuoi essere?
Principi guida per ridurre lo stress nel tuo team
Quando gestisci un team, in fondo, sei come un allenatore. Non puoi mandare le tue persone allo sbaraglio su un campo di gioco, senza parastinchi e/o le a scarpe adatte al terreno di gioco. Gli strumenti che devi offrire non sono spesso materiali, ma immateriali, come per esempio la costruzione di un ambiente sereno.
Nel libro di Jeff Riseley, Stress less sell more, che ti consiglio di leggere, c’è un episodio che insegna più di mille parole. L’autore racconta un episodio della vita di Kobe Bryant, il compianto campione di basket. Kobe ha 10 anni e per tutta l’estate non segna un solo punto. Disperato, corre dal padre e piange per il suo fallimento. Il padre non lo rimprovera e neanche gli dice di impegnarsi di più. Semplicemente, gli risponde che non importa se fosse stato capace di segnare zero punti o sessanta, lo avrebbe amato allo stesso modo. Kobe prosegue, raccontando, che da quell’episodio ne è uscito ancora più forte, con una sorta di “lasciapassare mentale”, per provare giocate sempre più complesse e rischiose.
Quando crei un ambiente sereno allora, dove non si punta esclusivamente ai risultati, ma all’amore per il team e per il business, offri alle persone una difesa contro la paura del fallimento.
Un’altra cosa che non devi mai dimenticare è che le persone non sono robot, macchine e non puoi solo gestirle, parlando di performance e obiettivi. Fallisci se non consideri l’importanza delle loro emozioni, incoraggiandole a cercare supporto negli altri nei momenti di crisi e di difficoltà. Il burnout si manifesta infatti soprattutto in quelle aziende in cui manca la fiducia e c’è un clima di paura che impedisce alle persone di esprimere le proprie opinioni.
Se ti interessa questo tema puoi approfondirlo in quest’altro mio articolo.
Un ultimo principio per ridurre lo stress nel team che si è rivelato fondamentale per me è superare un luogo comune che si fonda sull’idea, sbagliata, che sia la mole di lavoro a provocare il burnout dei tuoi collaboratori. Molti studi, come quello di The Harris Consulting Group mostra come le persone vivano una condizione mentale migliore quando hanno autonomia sulla propria attività. Lasciare quindi alle tue persone la possibilità di modellare il proprio lavoro secondo le proprie personalità e abitudini, allontana i rischi di malesseri emotivi.