Fare le giuste domande, giocare bene (con uno scopo) e creare un ambiente di apprendimento, ecco le lezioni di leadership e gestione del team che possiamo imparare dai campioni neozelandesi del rugby.
Quando nel 2004 Graham Henry fu nominato allenatore della nazionale delle star, gli All Blacks, le cose andavano piuttosto male. La nazionale di rugby neozelandese era reduce da brucianti sconfitte. La squadra aveva appena perso contro il Sudafrica per 40 a 26, arrivando ultimi nel torneo annuale Tre Nazioni. La squadra non funzionava e serviva qualcuno in grado di cambiare il corso delle cose e Henry, allenatore ed ex insegnante, era sembrata la scelta giusta, così come poi avrebbe detto la storia.
Le scelte che Henry fece per riportare gli All Blacks sul tetto del mondo, con la vittoria del mondiale del 2011, sono un grande manuale di leadership e gestione del team. Voglio condividere con te alcune lezioni che ho imparato dalla lettura del libro “Niente Teste di Cazzo” di James Kerr, che svela lezioni di vita, di leadership e gestione di un team, che ha fatto proprie attraverso incontri e interviste con Henry e i protagonisti di questa storia incredibile.
1. Un leader non dà risposte, ma fa domande
Nel libro di Kerr si racconta qual è stata la prima lezione che Henry ha tenuto alla squadra dopo la sua assunzione. Non si è messo ad offrire lezioni di vita o di tattica, ma ha iniziato a porre delle domande ai giocatori, del tipo, “Che cosa significa essere un All Black?”. Questa capacità di fare domande si è rivelata una efficace tecnica di leadership che può essere trasferita, con gli stessi risultati, anche nel mondo del business. Secondo Henry una cultura basata sul porre continuamente domande consente di raggiungere più traguardi, allo stesso tempo:
- coinvolge e responsabilizza le persone all’interno di un’organizzazione;
- elimina le convinzioni inutili (e comunque i pregiudizi). Pensiamo a tutte quelle volte in cui un team fa le cose in un certo modo perché “è sempre stato fatto così”;
- porta il team a diventare più umile, chiedendosi ogni giorno: cosa possiamo migliorare?
La vera forza delle domande è paradossalmente non conoscere tutte le risposte. È proprio questa consapevolezza infatti a creare un ambiente di apprendimento e miglioramento continuo. Fare le domande permette anche al leader di decidere. Decidere deriva dal latino e significa tagliare, liberarsi da credenze inutili e fare chiarezza.
2. Giocare bene (con uno scopo)
Un’altra lezione di leadership e gestione del team che possiamo imparare dal libro di Kerr è la necessità, per un leader, di offrire uno scopo al suo team. Lo scopo è la spinta che permette di galvanizzare un gruppo e soprattutto di allineare i comportamenti ai piani strategici dell’impresa.
Per cercare uno scopo condiviso che portasse tutti i giocatori a battersi sul campo, Henry andò a pescare nel repertorio ricco di simboli, immagini e rituali della cultura maori. Voleva creare un senso di unione e una mentalità collettiva che fosse davvero collaborativa.
Allo stesso modo, le aziende devono trovare il loro purpose, dove la parola purpose non rappresenta solo una serie di valori che aiutano un’organizzazione ad avere un impatto positivo sul Pianeta, l’ambiente o la società, ma anche come principio organizzativo da cui scaturisce ogni strategia e attività. Se non c’è coerenza tra gli ideali e le operation, nessun purpose può davvero fungere da collante per un’azienda.
Il purpose non è mai qualcosa di fisso, ma di dinamico. Può crescere, trasformarsi e arricchirsi di nuovi significati, in base all’evoluzione dell’azienda. Quando, per esempio, eFarma.com è entrata nel gruppo Atida, il purpose aziendale è stato rigenerato e allineato a quello del gruppo: oggi il nostro obiettivo è costruire una piattaforma della salute, confrontandoci sempre di più con mercati europei e internazionali.
3. Creare un ambiente di apprendimento
Di grande ispirazione è anche come Henry, ex insegnante, non a caso lavorò per creare un ambiente di apprendimento. Henry si concentrò su due fronti in particolare.
Il primo è stato la responsabilizzazione dei leader dello spogliatoio, secondo un mantra risultato poi decisivo: i leader creano altri leader. Nel suo schema i gruppi di leader erano delle vere e proprie unità operative e ogni giocatore assumeva delle responsabilità crescenti all’interno di ognuna di esse. Il secondo, per dimostrare che il raggiungimento dell’eccellenza è un processo di miglioramento incrementale, Henry e il suo team stabilirono per ogni giocatore un foglio di lavoro, composto da sette/otto pilastri principali, una vera e propria mappa di automiglioramento giornaliero, chiamata “le cose che farò oggi”.
Ora pensiamo a quanto possa essere efficace questa strategia se applicata in seno a un’azienda. La leadership distribuita infatti permette di rispondere in modo più pronto e veloce alle sfide del mercato. Non c’è solo un centro decisionale unico, ma diverse unità operative che possono fare scelte e dialogare direttamente con il leader. Mentre un piano di miglioramento personale, per ognuno dei tuoi collaboratori, permette lo sviluppo pieno del suo potenziale e si rivela anche un’arma potente contro il turnover.
Governa la tua azienda con 3 proverbi maori
La grandezza di Henry è stata quella di legare i suoi insegnamenti ad alcuni principi maori, che erano parte integrante della cultura profonda di ognuno dei giocatori. In questa parte conclusiva dell’articolo ho raccolto 5 proverbi maori che sono di grande ispirazione se hai bisogno di punti di riferimento per guidare il tuo team di lavoro.
Waiho mā te tangata e mihi.
Lascia che sia qualcun altro a lodare i tuoi pregi.
L’umiltà è un valore molto radicato nella cultura maori. Conoscendo questo valore, Henry portò in squadra l’abitudine di pulire gli spogliatoi, tutti insieme. L’insegnamento che il coach voleva passare è che non bisogna mai sentirsi troppo grandi per fare le cose piccole. Sono spesso questi, i dettagli che sembrano insignificanti, a fare la forza di una squadra, come di un team di lavoro.
Te tīmatanga o te mātauranga ko te wahangū; te wāhanga tuarua ko te whakarongo.
La prima fase dell’apprendimento è il silenzio; la seconda è l’ascolto.
Il compito di un leader non è di trovare soluzioni o di porre pezze, ma di responsabilizzare i suoi collaboratori, offrendo loro gli strumenti, le competenze e un ambiente di fiducia, per poter dare il loro meglio.
He aha te kai o te rangatira. He kōrero, he kōrero, he kōrero.
Qual è il nutrimento di un leader? La conoscenza. La comunicazione.
Un leader che delega e responsabilizza ha più tempo per apprendere, guardarsi intorno, trovare ispirazione dagli altri, conoscere buone pratiche per poi portarle in azienda. Tuttavia, queste capacità non serviranno se non saprà trasferire, attraverso una comunicazione efficace, quello che ha imparato al resto del suo team.