Zac is On: la mia intervista a Danila De Stefano
danila de stefano

Quarta intervista del format Zac is On. Ospite uno delle startupper più apprezzate nel nostro Paese, Danila De Stefano di Unobravo, la piattaforma che rende la salute mentale accessibile a tutti. Racconta la sua storia e offre consigli su come evitare il burnout

Danila De Stefano è una psicologa. Studia a Napoli e Roma, prima di trasferirsi in Inghilterra, dove inizia a lavorare in cliniche psichiatriche. Esperienze che la portano poi a comprendere cosa vuole fare nella vita. Realizza allora un sito che poi sarebbe diventato il primo servizio di psicologia online, Unobravo, con più di 200mila persone che ne hanno usufruito. Altri numeri: 6mila psicologi tra Italia e Spagna, 200 dipendenti, oltre 20 milioni di raccolta. 


Ecco cosa ci siamo raccontati durante il quarto episodio di Zac is On che la vede protagonista. 

IO: Come il Covid ha influito sulla crescita del servizio?

D.D: Noi siamo partiti nel 2019. L’intuizione iniziale era di rivolgerci soprattutto ai tanti italiani che vivevano all’estero, oltre sei milioni, e quando si vuole fare un sostegno psicologico, in linea generale, si predilige farlo nella propria lingua. Quindi la nostra volontà era di portare, grazie alla tecnologia, un sostegno psicologico nelle case degli italiani all’estero. Con il Covid poi è diventata quasi la normalità per tutti usufruire di servizi digitali da dietro a uno schermo. Senza contare poi che c’era un tema legato allo stress che ha fatto parlare sempre più di salute mentale, che ha reso il tema più popolare. 

IO: Assolutamente, immagino che sia dal punto di vista degli utenti, ma anche dei giovani professionisti, che oggi sono molto più propensi a svolgere la loro professione attraverso il servizio di video consulenza.

Allenare l’imprenditorialità in noi

Il nostro percorso è simile. Entrambi non abbiamo fatto business school o frequentato università nel settore economia. Secondo la tua opinione, l’imprenditorialità è qualcosa di innato o si impara?

D.D: Ricordo ancora quanto fossi goffa all’inizio nell’usare parole sbagliate. Ho cercato prima il product market fit e poi ho scoperto che si chiamava così! Penso che un elemento comune a chi, come noi, non ha studiato business e non ha persone che in famiglia sono imprenditori, è la curiosità, andare oltre i propri confini. Per curiosità tu hai scoperto il mondo degli ecommerce, allo stesso modo, smanettando ho notato che esistevano dei marketplace e mi sono chiesta se la psicologia potesse essere affrontata con una logica simile. E poi credo che bisogna trovare un divertimento in quello che si fa, soprattutto quando si imparano cose diverse, perché richiede un livello di energie straordinario. Tu mi hai raccontato di quando fotografavi farmaci e lo hai fatto per migliaia di oggetti.  E poi entra in campo un altro elemento che è l’execution, perché dalla scoperta alla realizzazione ci passa tanto. Quindi l’imprenditorialità è una cosa che hai ma che si può tanto allenare. Recentemente ho visto un video su Youtube di Ed Sheeran che fa sentire come cantava anni prima di diventare famoso: era stonato! La storia insegna che tante volte il talento è sommerso e devi allenarlo per farlo emergere. Se penso a come era la mia execution prima, era pietosa. Poi si affina tutto, imparando, facendo e sbagliando.

IO: Tu sai che io sono molto legato a Napoli. Anche tu sei napoletana. Saresti riuscita a costruire la tua startup al Sud, senza andare via? E cosa consigli a chi invece vuole restare al Sud e costruire il suo business?

D.D: Se fossi rimasta temo che non avrei creato Unobravo. Questo perché quello che sono riuscita a fare è frutto dei tanti insegnamenti di cui ho fatto tesoro, viaggiando, vivendo all’estero, in Inghilterra, in un Paese che ha una cultura sulla digitalizzazione molto più avanzata. Se mi guardo indietro nel mio percorso ci sono tanti momenti in cui ho appreso qualcosa. A Londra osservavo la maturità dei servizi digitali, in Centro America ho scoperto il fenomeno dei nomadi digitali, quando non c’era la cultura dello smart working. Viaggiare ti porta a vivere tante vite diverse. Per chi vuole invece realizzarsi nella propria città, consiglio sempre di fare esperienze diverse, di viaggiare, spostarsi, parlare con persone anche molto diverse da loro. E poi tornare a Napoli, al Sud e mettere a frutto queste esperienze, in modo da aiutare gli altri. 

Come evitare il burnout

IO: Ho letto un libro Burn Rate, lanciare una startup e perdere la mente. Il tema della salute mentale dell’imprenditore è fondamentale. Come preservare la propria salute mentale, facendo la vita frenetica di uno startupper? 

D.D: L’argomento è molto complesso. Ci sono tanti libri sulla solitudine di un imprenditore. La verità è che quando crei un tuo progetto imprenditoriale è come se avessi un figlio da gestire. Il tuo business è il tuo bambino, con il problema che non diventerà mai autonomo, neanche al compimento dei 18 anni d’età. Anche io l’ho vissuta, mi sono trovata, specie all’inizio ad andare oltre la mezzanotte, senza mai fermarmi, ma così stai facendo dei danni a lungo termine, al tuo business, oltre che alla tua salute mentale. Burnout è una parola chiave per tantissimi imprenditori, me inclusa. Ricordo che c’è stato un periodo in cui dimenticavo una informazione dopo 30 secondi, avevo come la sensazione che la mia mente fosse bruciata. 

Non esiste una formula magica per affrontare questo tema, ma ci sono delle buone pratiche. Per esempio, imparare a riconoscere i segnali dello stress che il corpo ci manda perché, se li trascuriamo, più si va avanti e più è difficile affrontarli. Importante avere anche una formazione, per supportare un collega, un cofounder, in un momento di difficoltà. Diventa fondamentale farlo anche perché, come mi disse uno dei nostri primi investitori, fare startup non è uno sprint, ma è una maratona, o meglio ancora è una maratona fatta di sprint, come spiega Reid Hoffman in uno dei suoi podcast, Masters of Scale. Bisogna allenarsi per sostenere questo carico intenso nel lungo termine.

IO:  Lo startupper, soprattutto in una fase iniziale, tende a non avere un distacco tra vita privata e vita lavorativa. A me succedeva di andare a casa e già quando ero a letto di pensare ai compiti che avrei dovuto risolvere il giorno dopo. Non c’è più un confine tra vita privata e lavorativa. La vera sfida è quella di ritagliarsi degli spazi per il proprio benessere  e tracciare dei confini, dire dei no, soprattutto in quei periodo, prima di un round, quando devi portare un’azienda a un next level.

Altra domanda, come è cambiata la tua vita da manager, da quando eri Danila che ha fondato la sua startup, a oggi che hai raccolto più di 20 milioni di euro. Come è cambiato il tuo percorso?

D.D: Ho avuto la fortuna di essere partita per curiosità e divertimento. Non puntavo al successo o a gestire un’azienda che fattura milioni di euro. Ho sempre mantenuto ben salda la mia passione e secondo me questo ti consente di restare con i piedi per terra. Sono cambiata nel senso che ho maturato delle nuove competenze che mi aiutano oggi a guidare un team di circa 280 persone. La mia visione iniziale è diventata giocoforza molto più sofisticata. Tuttavia, non si è trasformata, continuo oggi a perseguire una missione, ovvero creare una piattaforma che rende accessibile la salute mentale per tutti. Insomma, se prima cercavo su Google come fare campagne SEM, oggi mi informo su come creare un leadership team, un organization chart che mi consente di gestire 19 team e che mi aiuta a portare l’azienda da un punto A a un punto B. Sono cambiata nel senso che mi reputo oggi una manager più solida e un’imprenditrice che sa  affidarsi ad altri manager, riconoscerli e delegare, aspetto fondamentale questo per preservare la propria salute mentale.

IO: Il payoff del format è Nulla è Impossibile e ti pongo la mia domanda di rito: qual è stato il rischio più grande che hai affrontato per ottenere qualcosa che ritenevi fosse impossibile da raggiungere?

D.D: Sicuramente quando abbiamo deciso di diventare ufficialmente un centro medico, costituendoci come una struttura medica e garantire una qualità alta del servizio. Avremmo potuto continuare ad essere un marketplace, mentre da centro medico siamo molto più responsabili di quello che avviene a ogni singolo paziente nella sua terapia. Ci abbiamo messo la faccia per dimostrare che crediamo nell’impatto sociale del nostro lavoro, per lo stesso motivo siamo diventati una società benefit.

IO: Grazie, Danila, ti aspetto presto a Napoli.

DD: Grazie a te, ci vediamo presto. 

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