Così mi sono perso (e ritrovato) dopo l’exit
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Non è tutto oro quello che è exit: come ho affrontato la post-exit blues dopo la vendita di eFarma.com ad Atida.

Non è tutto oro quello che è exit. Spesso mi confronto con una percezione distorta della figura dell’imprenditore, dello startupper.

Una figura descritta dai media come sicura di sé, di successo, senza punti deboli. Chi davvero ha avuto la possibilità di lanciare una propria avventura imprenditoriale – e soprattutto chi lo ha fatto con un certo successo – sa però che non è tutto rose e fiori. 

Ci sono tanti momenti in cui l’ansia, il panico, l’insonnia, la depressione sono gli unici compagni che hai.

E se non hai le spalle forti, rischi di affondare.

Tutti guardano i numeri di una exit, le barche, i soldi, il conto in banca.

Ma spesso non sanno cosa c’è dietro.

Oggi voglio raccontarti la mia esperienza, senza filtri. E dimostrarti come sia molto più comune di quanto si pensi.

Non è tutto oro quello che è exit

Quando si parla di exit di una startup, in generale, se ne parla sempre in termini super-entusiastici. Posso dirti che il percorso che ha portato eFarma.com nel gruppo Atida, per me, è stato tra i più difficili della mia vita. Sia per come ci siamo arrivati, sia per il post, che ti racconterò.

Ma procediamo per ordine.

Per arrivare a 15 milioni di euro di fatturato, abbiamo fatto tutto da soli: ero l’unico socio dell’azienda in quel momento, senza finanziatori, avevamo fatto tutto in bootstrapping e reinvestendo gli utili che arrivavano dalle vendite.

A un certo punto però mi rendo conto che questo non basta più. Ho iniziato a capire che stavano per entrare in Italia gruppi competitor internazionali e questo era un rischio potenziale per me. Bisognava rafforzare eFarma.com, dargli delle “spalle più solide”. Era necessario potenziare la logistica, le strategie di marketing, il team: c’erano tutta una serie di aree da rafforzare. 

In questo periodo di consolidamento, iniziano ad arrivare anche i primi interessamenti da parte di grossi gruppi internazionali. 

Il primo che ho ricevuto è stato da parte di un gruppo tedesco, uno dei primi in Europa: organizziamo diverse call, appuntamenti sia in Germania che a Napoli, inizio a sognare.

Dopo un anno di dialoghi, però, vengo liquidato con una telefonata: “Ci dispiace, L’italia non è pronta. La tua società è troppo giovane”. E così da potenziali venti milioni di investimento a un ‘arrivederci’ il passo è stato brevissimo. Una prima brutta batosta. 

Ci rimettiamo subito in carreggiata, ma continuo a cercare dei partner finanziari che mi dessero una mano: parlavo con tutti, dalle società di crowdfunding, agli investitori istituzionali. Tanti dialoghi, tantissima burocrazia, negoziazioni, ma alla fine niente da fare.

Finché faccio uno speech durante un evento imprenditoriale, e in quell’occasione incontro un imprenditore del mondo della profumeria (Finbeauty) che mi dice di essere molto interessato a investire in eFarma.com.

Ci incontriamo a Roma, dove mi fa una proposta per una valutazione e per un ammontare per valori doppi rispetto ad altre proposte che avevo ricevuto da investitori istituzionali.

In venti giorni chiudiamo il deal.

Poi è arrivata la pandemia.

Pandemia che ha bloccato il trasloco alla nostra attuale struttura a Bagnoli, allora in corso, di cui avevamo bisogno per crescere.

Ma una pandemia che ha anche fatto crescere molto velocemente il numero di ordini (per ovvie ragioni): pensa che durante il lockdown, un giorno avevamo 40mila ordini arretrati. Sai invece noi quanti ne riuscivamo a evadere? Duemila in 24 ore.

Non ti nascondo che ho affrontato questo periodo con degli attacchi di panico. Per fortuna avevo già iniziato, da qualche anno, un percorso di terapia con uno psicologo, per affrontare le difficoltà che avevo nella gestione del team e dello stress derivanti dalla ricerca di investimenti e da una crescita troppo rapida. Anche perché sono stato sostanzialmente sempre solo: non avevo mentor, non avevo advisory board, non avevo investitori, quindi erano tutte mie le responsabilità dei contratti che firmavo.

Ti confesso che la notte non dormivo.

Iniziai ad avere un po’ di problemi. Parlavo da solo e mi dicevo “Quella scelta l’ho sbagliata, quest’altra sarà stata giusta?”. Non è stato semplice. 

Proprio in questo momento, con l’esplosione di eFarma.com – e in generale del settore dell’ecommerce farmaceutico – si fa avanti Atida. Gruppo che in realtà mi aveva già contattato diverse volte negli anni precedenti, per poi non farsi risentire più.

In quel momento mi dicono, però: “Adesso siamo pronti”.

Chiudiamo l’accordo con Atida, fantastico, bellissimo, la mia situazione finanziaria personale ha una svolta clamorosa.

Tutto benissimo giusto? E invece no. 

Sono afflitto da quella che negli Stati Uniti chiamano la exit blue, una sorta di depressione post-exit. Forse depressione è un termine troppo forte, ma di sicuro ho avuto un forte momento di down a livello umorale, non è stato semplice. Anche perché le sfide non sono finite: ho dovuto continuare a portare avanti la società, con delle importanti responsabilità nei confronti dell’investitore. È stato un anno e mezzo molto complesso.

Come sono riuscito a superare questa fase? Come ho accennato, per fortuna avevo già iniziato da tempo un importante percorso di psicoterapia, senza il quale probabilmente avrei fatto ancora maggior fatica. Indipendentemente dai problemi mentali specifici, è un percorso che secondo me tutti dovrebbero fare (anche per questo ho investito e sono diventato mentor della startup Unobravo, della bravissima Danila De Stefano). 

Il percorso mi ha aiutato a capire che i momenti brutti sono da vivere come tutti gli altri, fanno parte del percorso e non possiamo far altro che accettarli (per quanto tra il dire e il fare, come dicono, ci sia di mezzo il mare).

Burn Rate e i fantasmi che ci accompagnano

“Se non ci fosse un forte stigma riguardo la malattia mentale, questo libro non sarebbe necessario”.

Bastano queste poche parole di Andy Dunn per raccontare un’esperienza che imprenditori e startupper vivono da sempre, ma di cui spesso non possono parlare.

Andy ha fondato Bonobos, brand di moda maschile, insieme all’amico Brian Spaly: nello specifico l’idea era di vendere pantaloni online (un’idea quasi noiosa oggi, ma nel 2007, quando partono, quasi rivoluzionaria).

Come il sottoscritto, anche Andy ha fatto un’exit importante (in effetti molto più importante della mia), vendendo il suo marchio a Walmart per 310 milioni di dollari.

Anche per lui, però, il luccichio dei dollari non ha nascosto (anzi) i suoi problemi di natura mentale.

Problemi di cui nessuno ha mai parlato con tanta franchezza come lui, eppure si tratta di una situazione estremamente comune.

Nel libro, cita infatti alcuni dati. Mentre il disturbo bipolare colpisce il 3 per cento della popolazione, tra gli imprenditori è sette volte più diffuso. 

Allo stesso modo, i tentativi di suicidio per chi soffre di questo disturbo arrivano al 60%, con una percentuale di decessi che arriva a circa il 20%. 

Più in generale, quasi la metà degli imprenditori ha a che fare con problemi di natura mentale, a confronto con il 32% della popolazione generale.

Eppure Andy è il primo che ne parla così candidamente. Anche perché, come dice lui stesso, non ha ormai più nulla da temere dal punto di vista finanziario. 

Ghost, il fantasma, così chiama il suo disturbo bipolare nel suo libro “Burn Rate”. Un fantasma che ha fatto la sua prima apparizione quando ha 20 anni e ha una crisi maniacale molto forte.

È sicuro che diventerà il Presidente degli Stati Uniti ed espone il suo piano per riuscirci a un gruppo di sconosciuti in un Burger King, alle 2 di notte. Poi incontra degli amici, il giorno dopo, a cui rivela di essere in grado di parlare con gli uccelli. Infine, “scopre” che la sua ragazza dell’epoca è in realtà Dio e che quindi insieme daranno alla luce al Messia.

È chiaro che qualcosa in lui non va e, dopo il ricovero (e un sacco di farmaci), i medici gli diagnosticano il disturbo bipolare.

La situazione migliora, per un po’. Andy non ha ricadute e quindi prosegue gli studi, fino a iscriversi alla Stanford Graduate School of Business, dove incontra Spaly, che ha per primo l’idea di lanciarsi nel settore della moda.

Bonobos viene fondata nel 2007 e dalle prime vendite agli amici, le cose iniziano a decollare, anche grazie a un primo round di finanziamento.

Tutto sembra andar bene, finché Andy non viene colto da un grave attacco di depressione: durante un volo per Las Vegas desidera ardentemente che l’aereo precipiti. Le tendenze suicidarie lo terranno a letto per giorni, ma Andy è in grado anche stavolta di mettere da parte i suoi problemi e mostrare un volto “sano” in pubblico, soprattutto in azienda. 

Ma in realtà il disturbo bipolare è come un emotional rollercoaster, delle montagne russe emotive che lo porteranno a fare scelte sbagliate, litigare con Spaly (che lascerà Bonobos), cercare aiuto, ma senza successo, e a nuove gravissime crisi, durante una delle quali viene arrestato per aver colpito la fidanzata e la madre.

Finalmente, dopo anni, riesce a trovare un terapista e dei trattamenti farmacologici che lo aiutano a convivere con il disturbo bipolare: Andy è abbastanza stabile per parlarne in azienda e riesce a vendere Bonobos a Walmart.

Nel finale del libro, Andy scrive una cosa che mi ha colpito come un pugno nello stomaco:

«Non celebriamo la “follia”, ma nemmeno stigmatizziamola. Affrontiamo la malattia mentale in maniera aperta, trasparente, dal punto di vista medico e chimico, davanti allo specchio, nel soggiorno di casa, nelle sale riunioni, in stanza da letto, in famiglia e, sì, nelle stanze di terapisti e psichiatri qualificati. E smettiamola, per il bene di tutti, di far finta che non esista. Di far finta che non esistiamo».

Questa mia “confessione” di oggi è il mio piccolo contributo perché questo non succeda.