È il sogno di ogni startupper: l’aumento di capitale. Però la vita vera, fatta di numeri, documenti legali e trattative lunghe ed estenuanti, è molto meno glamour di quello che si legge sui giornali.
La vita di una startup è spesso segnata dalla periodica richiesta di finanziamenti: a familiari e amici, all’inizio (il più classico dei bootstrapping), fino alle cifre da capogiro dei round chiusi con i fondi di Venture Capital più rinomati.
Questo processo nasconde però delle insidie, a ogni passo. Oggi ti racconto quali sono gli errori più comuni che vengono compiuti dagli startupper in questo ambito, con esempi concreti (e anche raccontandoti un po’ la mia esperienza con eFarma.com).
Aumento di capitale: definizione
Prima facciamo un passo indietro per chiarire alcuni aspetti. Se sei già navigata/o nel mondo startupper sarà probabilmente superfluo per te (ti consiglio quindi di passare al paragrafo sugli errori).
Di cosa parliamo quando parliamo di aumento di capitale in ambito startup? In sostanza, l’azienda acquisisce, in vari modi che vedremo, una serie di fondi finanziari aggiuntivi. Questo può avvenire in diverse fasi della vita della startup: i fondi possono infatti servire all’inizio delle operazioni, per sviluppare il prodotto/servizio, o invece per accelerare la crescita in momenti successivi, quando l’azienda ha già in parte consolidato il proprio status e ha cominciato a macinare numeri interessanti.
Il processo di aumento di capitale può essere definito in diversi modi. Scopriamone alcuni:
- Equity Crowdfunding: attivata generalmente in fase pre-seed, la raccolta fondi attraverso piattaforme dedicate di equity crowdfunding consente di raccogliere capitali coinvolgendo un gran numero di “piccoli investitori”. La folla (crowd in inglese) che contribuisce con una piccola somma, ottiene in cambio una partecipazione nella quota (equity) della startup nelle sue fasi iniziali.
- Angel Investing: gli investitori “angeli” sono generalmente dei soggetti singoli (imprenditori di successo o manager), che decidono di fornire del capitale a una startup – generalmente in early stage – in cambio di una partecipazione nella società.
- Venture Capital: strumento per aziende già in fase di sviluppo e hanno quindi già da mostrare dati concreti (la famosa traction) a sostegno delle proprie valutazioni. Questo tipo di capitali può servire quindi per perfezionare il prodotto/servizio, offrire nuovi prodotti/servizi oppure finanziare le proprie strategie di marketing.
- IPO: al momento opportuno, la startup può quotarsi in Borsa, emettendo delle azioni acquistate dagli investitori che operano sul mercato azionario. Negli anni successivi, l’azienda può pensare a successive emissioni di azioni per aumentare ulteriormente il proprio capitale.
- Strumenti di Finanziamento Convertibili: ancora poco noti in Italia (anche se vedo un interesse crescente), sono molto diffusi in Silicon Valley. Come funzionano? In pratica la startup prende in prestito dei fondi, che sia da investitori singoli o istituzioni finanziarie, che possono essere poi convertiti in azioni della società, in un secondo momento, per esempio quando c’è un nuovo round di finanziamento.
Aumento di capitale: 3 errori da non fare
Sono diversi gli errori che uno startupper alle prime armi potrebbe fare durante un aumento di capitale. Ce ne sono alcuni molto comuni, come per esempio la mancanza di un Business Plan realistico e accurato, ignorare l’importanza del team, oppure non prepararsi appositamente per delle trattative che possono diventare lunghe ed estenuanti.
Si tratta di errori su cui in tanti si sono soffermati e quindi non lo farò anche io. Voglio invece aiutarti a guardare con maggiore attenzione ad aspetti meno considerati, ma che si possono rivelare fatali durante il processo di aumento di capitale per la tua startup.
Valutazione non realistica
Il primo errore, la valutazione irrealistica di una startup è molto semplice da intuire: semplicemente, nel richiedere nuovi capitali, i fondatori dell’azienda sovrastimano la propria effettiva valutazione di mercato, rispetto a quanto sarebbe giustificato dalle sue attuali performance, prospettive di crescita, posizione nel mercato.
Si tratta di un problema molto comune, ma spesso sottovalutato. Secondo TechCrunch, una delle riviste più autorevoli nel mondo dell’innovazione, le valutazioni eccessive delle startup erano quasi la norma fino a pochi anni fa. In sostanza il boom delle nuove aziende tech americane ha portato il mercato a gonfiare le aspettative, sia degli startupper che degli investitori, in tutto il mondo, non solo nelle aree a maggiore concentrazione (pensa alla Silicon Valley). Il mercato, per fortuna, si è avviato verso una necessaria normalizzazione negli ultimi due/tre anni: questo è un bene, perché una valutazione irrealistica può portare a scoraggiare gli investitori, rendendo più complesso chiudere il round di finanziamento, oltre che minare la fiducia di investitori e stakeholder.
Anche se un primo round di finanziamento dovesse andare a buon fine, devi considerare anche il futuro: se la crescita che avevi immaginato non segue le aspettative, diventerà sempre più difficile giustificare una valutazione più alta nei successivi aumenti di capitale, portandoti ad avere ancora maggiori problemi di liquidità.
Quando valuti la tua startup, è fondamentale adottare un approccio equilibrato che consideri diversi fattori, come le performance attuali, delle prospettive di crescita realistiche, la posizione nel mercato e i confronti con aziende simili nel settore. I fondatori dovrebbero essere pronti a giustificare la loro valutazione con dati solidi e realistici. Questo non solo aiuta a attrarre investitori, ma stabilisce anche una base solida per il futuro finanziario della startup.
L’esempio WeWork
Fondata nel 2010, WeWork è uno degli esempi più noti di valutazione eccessiva. Azienda che offre spazi di lavoro condivisi, è cresciuta rapidamente ed è diventata un importante punto di riferimento per innovatori, startupper e imprenditori. Il problema è nato nel 2019, quando ha dovuto annullare la sua IPO, inizialmente programmata a 47 miliardi di dollari. Preoccupazioni riguardo la sua governance e la sostenibilità del modello di business hanno portato a una drastica riduzione della valutazione, licenziamenti e al rinvio dell’IPO. Quando finalmente la società è sbarcata in Borsa due anni dopo (attraverso una SPAC, Special Purpose Acquisition Companies), la valutazione era stata ridimensionata a 9 miliardi di dollari.
Exit Strategy inesistente
Oltre a chiarire qual è la situazione attuale della propria azienda, gli startupper falliscono nel definire un percorso futuro affidabile e strutturato. Un grave problema per gli investitori, che nelle operazioni di aumento di capitale vogliono avere ben chiara la exit strategy dei fondatori.
Non avere una chiara strategia è problematico per diversi motivi:
Innanzitutto, gli investitori non sono dei filantropi, come ben sai. Quando investono dei capitali in una startup vogliono capire chiaramente non solo come, ma anche quando aspettarsi un ritorno sul proprio investimento. La mancanza di una exit strategy rende l’investimento meno attraente.
La percezione esterna è fondamentale: come pensi possa influenzare il giudizio degli investitori davanti al fatto che non hai pianificato le attività a lungo termine e non hai una vision chiara di dove sarà la tua azienda fra qualche anno?
Senza contare che la exit strategy va a sommarsi ad altri valori che influenzano positivamente la valutazione della tua startup.
In sintesi, la mancanza di una strategia di uscita può limitare significativamente le opportunità di finanziamento di una startup e influenzare negativamente la sua percezione sul mercato.
Quali sono le exit strategy più comuni per le startup?
Ma quali sono le strategie “di uscita” più comuni e interessanti per gli investitori?
Sostanzialmente, le più comuni sono tre:
- Acquisizione, la “exit strategy” per eccellenza, quando una startup viene venduta o acquisita da un gruppo più grande. Potrei farti l’esempio di eFarma (ne parlo brevemente più avanti), ma uno dei casi storici più recenti è stato Instagram, acquisita nel 2012 da Facebook per 1 miliardo di dollari. Oggi, insieme a WhatsApp, i due social formano il gruppo Meta.
- IPO: ne abbiamo già parlato come una delle strategie di aumento del capitale, si manifesta sostanzialmente quando la startup offre le sue azioni sul mercato azionario, quotandosi. Tra gli esempi recenti più interessanti, Rivian è stata, nel 2021, la quotazione in Borsa più “ricca” dai tempi di Facebook: l’azienda di veicoli elettrici ha ricevuto infatti una valutazione da 90 miliardi di dollari.
- Meno comune, ma comunque da tenere in considerazione è il percorso della fusione, quando due aziende mettono insieme le operazioni, lavorando in uno stesso settore. Un esempio recente è stata la nascita di Just Eat Takeaway, gruppo che ha inglobato Just Eat e Takeway.com, diventando un colosso del delivery, operante in decine di Paesi al mondo. In questo caso, bisogna essere pronti a presentare il proprio caso alle autorità Antitrust dei Paesi in cui si opera, dal momento che potrebbero bloccare o dare il via libera all’operazione a seconda dei casi.
Trascurare gli aspetti legali
Le scartoffie non piacciono a nessuno. Meno ancora agli startupper, abituati ad agire velocemente e spesso imbrigliati da dettagli legalistici di cui farebbero volentieri a meno. Lo capisco benissimo. Però è essenziale avere le spalle coperte sotto questo punto di vista.
Gli aspetti legali sono cruciali in una operazione di aumento di capitale per diversi motivi:
- Proprietà Intellettuale: eventuali brevetti, marchi e diritti d’autore devono essere debitamente registrati e protetti. Questo non solo e non tanto per evitare che qualcuno possa “rubare” l’idea (credimi, non è così importante), ma perché aumenta il valore delle startup agli occhi degli investitori. Sotto questo aspetto, è importante anche valutare un eventuale accordo di non divulgazione.
- Conformità con la legge: quando ho lanciato eFarma, nel 2012, vendere farmaci da banco online era vietato in Italia. Dalle notizie che leggevo, immaginavo che l’autorizzazione sarebbe arrivata di lì a poco (nel 2013), ma in realtà ci sarebbero voluti quattro anni. Nel frattempo abbiamo messo in vendita sul nostro e-commerce quello che potevamo, integratori e prodotti cosmetici. È fondamentale controllare questi aspetti, sia per evitare che impedimenti legali possano ostacolare l’aumento di capitale, sia per consentire una crescita sostenibile dell’azienda nel tempo. In questo ambito rientrano anche i contratti conclusi con i collaboratori, i fornitori e i clienti, che devono essere redatti secondo parere legale esperto.
- Documentazione per l’Aumento di Capitale: nello specifico, per una corretta procedura di aumento di capitale per una startup in Italia, è necessario preparare e presentare una serie di documenti legali e finanziari. Esempi possono essere lo statuto societario, relazioni di consulenti esterni all’azienda, la Registrazione presso la Camera di Commercio dell’avvenuto aumento di capitale e così via.
Le sfide legali di Uber
Tra le (ormai ex) startup che hanno dovuto affrontare una serie di sfide legali significative nel corso degli anni, ricordo l’esempio di Uber, sottoposta spesso a procedimenti amministrativi e giudiziari che possono comprometterne il modello di business e la percezione da parte di eventuali investitori.
Un esempio tra i più noti è stata la classificazione contrattuale dei conducenti: sono dei dipendenti o dei lavoratori indipendenti? Questo ha portato a una causa legale in California, dal momento che i conducenti ritenevano di meritare le piene protezioni previste dalla legge per i dipendenti.
Altra grana, nel 2017, quando la Federal Trade Commission ha accusato l’azienda di pubblicità ingannevole, o ancora l’anno prima, quando, proprio relativamente all’IPO, l’azienda ha affrontato una causa collettiva per violazione dei dati.
Insomma, se hai l’ambizione di creare una startup importante, che possa ricevere un aumento di capitale significativo, comincia ad avviare una relazione di fiducia con uno studio legale competente, che possa guidarti nelle diverse fasi del processo.
L’esperienza con eFarma
Personalmente ho cominciato senza finanziamenti esterni. Avevo un po’ di soldi da parte – guadagnati organizzando eventi nel mio giro – e con quelli sono partito. Poi dentro eFarma siamo sempre stati in grado di autofinanziarci nel corso degli anni grazie a un ciclo finanziario favorevole: i fornitori di una farmacia offrono infatti delle condizioni di pagamento molto favorevoli per il rivenditore, che consentono di pagare, in media, tra i 30 e i 60 giorni. Questo ci permetteva di vendere il prodotto e incassare nel frattempo anche l’utile, per poter pagare successivamente il fornitore.
Il primo vero aumento di capitale è arrivato nel 2019, con l’ingresso di Finbeauty, holding specializzata nel segmento beauty care. Fondi che sono serviti per assumere nuove risorse, ma soprattutto per investimenti in ambito marketing, che ci hanno permesso di crescere in un momento favorevole del mercato (il boom delle vendite durante la pandemia era dietro l’angolo).
Un percorso che poi ci ha portato alla exit del 2021 al gruppo Atida: in quel momento avevamo un headquarter da 7000 mq, 80 dipendenti e avevamo chiuso l’anno precedente con 20 milioni di euro di fatturato.
Dalla fondazione nel 2012 all’Exit, l’idea che ci ha mosso è sempre stata quella di creare un’azienda solida, che fosse sostenibile, che avesse i numeri per “mantenersi” da sola nel tempo, e questo se vogliamo è stato il “segreto” che ci ha permesso poi di avere degli aumenti di capitale importanti. Il punto non è fare la startup per trovare finanziatori, ma piuttosto di creare un’azienda che venda. Il resto viene da sé.